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8. Third Culture Kids (TCK)

Benvenuti all’ottavo e ultimo appuntamento di Multilingualism matters!

In quest’articolo scopriremo qualcosa riguardo ai Third Culture Kids, un concetto che riscuote un interesse sempre maggiore tra gli specialisti.

La massiccia mobilitazione di persone nel nostro mondo globalizzato genera discussioni sempre nuove su diversi argomenti. Uno di questi fa riferimento al grado di complessità culturale con cui molte famiglie convivono: alcune persone vivono esperienze che non sono facili da definire né da capire. Pertanto, alcuni autori hanno deciso di dar voce a queste esperienze e di trovare nuovi modi per descrivere i cambiamenti che la comunità mondiale si trova ad affrontare, soprattutto per quanto riguarda il modo in cui ci prendiamo cura dei bambini e di come gli adulti vivono la loro vita multiculturale.

Nel 1984 un sociologo della Michigan State University tenne una conferenza plenaria in occasione della Conferenza Internazionale per i figli dei Missionari a Manila, e predisse che le persone che vivono un'infanzia tra culture diverse sarebbero diventate un giorno la norma piuttosto che l'eccezione. Sono passati trent’anni e lascio a voi decidere se egli aveva ragione o no.

Senza dubbio molti di noi hanno conosciuto o sentito parlare di bambini e adulti, che hanno trascorso parte della loro vita in un paese diverso da quello in cui sono nati, o forse siamo noi stessi a vivere ora questo tipo di esperienza. Per alcuni adulti e bambini è difficile dare una risposta alla domanda “Dove ti senti a casa?” oppure “Di dove sei?”. Ecco un esempio tratto da Pollock & Van Reken (2009: 9):

[…]“Where are you from?” At first, Erika automatically answered, “Singapore.” The universal reply was, “Really? You don’t look like it,” with the expectation of some explanation of how she was from Singapore.

Come spiegano gli autori, Erika è nata negli Stati Uniti e ha trascorso una parte significativa della sua infanzia a Singapore. Si sentiva a casa quando si trovava a Singapore, ma quando tornò lì alcuni anni più tardi, si rese conto che non poteva chiamare casa né Singapore, né gli Stati Uniti. Sentì di non appartenere a nessuna di queste terre. L'esperienza di Erika descrive una situazione tipica dei Third Culture Kids.

Questo termine è stato proposto inizialmente per identificare quei bambini (e adulti), che trascorrono o hanno trascorso un periodo della loro infanzia in paesi e culture diversi da quelli di origine. Le motivazioni sono molteplici, ad esempio, alcuni di loro hanno genitori con un lavoro nell’ambito del commercio internazionale, oppure esercitano una professione militare; altri ancora si trasferirono a causa di guerre o situazioni difficili. Le esperienze possono essere molto diverse, ciononostante, queste persone hanno qualcosa in comune. Non è facile classificarli all’interno di un determinato gruppo di appartenenza, poiché essi personificano l’attitudine del “sia…sia”[1] anziché quella del “o…o”. Riescono a sentirsi a casa in culture diverse contemporaneamente e una volta divenuti adulti godranno di importanti competenze interculturali.

Una delle prime definizioni di TCK è stata proposta da David Pollock nel 1989:

A Third Culture Kid (TCK) is a person who has spent a significant part of his or her developmental years outside the parents’ culture. The TCK frequently builds relationships to all of the cultures, while not having full ownership in any. Although elements from each culture may be assimilated into the TCK ’s life experience, the sense of belonging is in relationship to others of similar background.

Un errore comune che si può fare quando si parla di questi bambini è quello di identificarli come bambini appartenenti al cosiddetto “Terzo Mondo”. Anche se ciò potrebbe essere vero per alcuni di loro, in realtà il termine si riferisce a qualcosa d'altro. Due sociologi, Ruth Hill Useem e John Useem, hanno coniato il termine “terza cultura” nel 1950 durante i loro studi sugli immigrati americani che vivevano e lavoravano in India come agenti di servizio stranieri, missionari, operatori tecnici, uomini d'affari, educatori e giornalisti. Per descrivere meglio la loro situazione, gli Useem definirono la cultura di provenienza di queste persone come “prima cultura”; e chiamarono la cultura ospitante (in quel caso, l’India) la “seconda cultura”. Quando si resero conto che quelle persone non appartenevano né alla cultura americana né alla cultura indiana e che condividevano invece una sorta di “cultura tra le culture”, decisero di denominare questo loro nuovo modo di vivere come “terza cultura”. Pertanto, i bambini che nacquero o che trascorsero parte della loro infanzia inseriti in questo mix di culture, furono chiamati “Third Culture Kids”, “bambini di terza cultura”.

Le cose sono cambiate notevolmente dai giorni in cui gli Useems definirono il termine TCK. Le comunità e le culture di tutto il mondo si stanno mescolando sempre di più e l'esperienza dei TKC è diventata ancora più complessa.

Ma che cosa hanno in comune queste persone? Almeno due cose. Prima di tutto, essi crescono in un mondo interculturale. Ciò significa che, invece di limitarsi ad osservare, leggere o studiare le altre culture, essi vivono in mondi culturalmente diversi. Alcuni bambini, che si sono spostati più volte o che sono nati da una coppia interculturale, interagiscono profondamente anche con quattro o più culture.

In secondo luogo, questi ragazzi crescono in un mondo intensamente mobile. O loro stessi o le persone intorno a loro sono costantemente in movimento, vanno e vengono.

Ma c'è qualcosa di più: i TCK parlano di una sorta di unione magica quando si incontrano e condividono le loro storie. Crescere in e tra molte culture crea un'esperienza emotiva che trascende i dettagli. Il senso di appartenenza è rappresentato dal riuscire a trovare altre persone con questo tipo di esperienza.

Anche se la durata temporale affinché un bambino possa essere identificato come bambino di terza cultura non può essere definita con precisione, è possibile determinare il momento preciso in cui ciò deve verificarsi: ovvero durante gli anni dello sviluppo, dalla nascita fino ai diciotto anni di età. Pertanto, questa esperienza interculturale avviene durante gli anni in cui il senso di identità, il modo di relazionarsi con gli altri e la propria visione del mondo si stanno formando.

A causa della complessità nel riuscire a catturare tutte le caratteristiche di un'esperienza come questa, Ruth Van Reken ha proposto una nuova definizione, quella di Cross-Cultural Kids:

A Cross-Cultural Kid (CCK) is a person who is living or has lived in - or meaningfully interacted with - two or more cultural environments for a significant period of time during childhood (up to age 18). Moreover, an adult CCK (ACCK) is a person who has grown up as a CCK.

Il gruppo dei CCK include i TCK, i bambini che si trasferiscono in un'altra cultura per scelta di un genitore e i bambini nati da famiglie bi / multiculturali.

Perché è importante parlare di loro? Secondo Pollock & Van Reken (2009) ci sono almeno tre ragioni. La prima è che il numero di persone che trascorrono una parte significativa della loro infanzia in diversi paesi è in costante aumento. In tempi antichi, i primi esploratori e commercianti erano soliti viaggiare da soli per molti giorni o addirittura mesi, per questo i loro figli rimanevano a casa. Al giorno d'oggi è più facile per i bambini spostarsi con i loro genitori in diversi paesi.

La seconda ragione è che la loro voce sta diventando sempre più forte. Grazie alle nuove tecnologie possono condividere la loro storie sul web e possono essere identificati come gruppo. Molti di questi ragazzi sono ormai adulti e alcuni di loro sono diventati politici, autori, sportivi professionisti e così via.

La terza ragione è che anche la loro importanza è aumentata, poiché in tutto il mondo stanno diventando la norma piuttosto che l'eccezione.

Per concludere, condividere i modi in cui percepiamo la nostra esperienza personale di espatriati, potrebbe aiutarci a riconoscere i punti che abbiamo in comune e a capire dove e come le nostre esperienze divergono. Potremmo, per esempio, scoprire che nonostante la diversa provenienza, la diversa nazionalità e l’appartenenza a gruppi sociali ed economici differenti, abbiamo in comune molto più di quello che pensiamo e potremmo essere in grado di aiutarci reciprocamente ad affrontare le difficoltà della vita.

Per saperne di più:

§ David C. Pollock and Ruth E. Van Reken (2009). Third Culture Kids: Growing Up Among Worlds. Boston: Nicholas Brealey Publishing.

§ The official home of TCK: www.tckworld.com

§ TCK share stories, make friends: www.tckid.com


[1] In tedesco “sowohl als auch”: questa definizione è stata proposta e tematizzata da Beatrice Achaleke nel suo ultimo libro “Erfolgsfaktor kulturelle Vielfaklt” (2013).

Contenuto: multilinguismo e bilinguismo